WASProject e l’Italia dei visionari

Wasp moretti

Non ne ho scritto prima perché avevo bisogno di un po’ di tempo per elaborare l’argomento, visto che in quanto stiamo parlando di un’azienda italiana mi sento coinvolto molto più direttamente. Però, ora che anche 3D PrintingIndustry.com ha pubblicato un bellissimo articolo sulle implicazioni socio-economiche delle tre principali aziende italiane coinvolte nello sviluppo, produzione e commercializzazione delle stampanti 3D, credo sia giunta l’ora di dire quello che penso sull’azienda che mi ha colpito di più: WASProject.

Ammetto che quando ho scoperto che esistevano, andando sul loro sito, e ho scoperto che il nome significa World’s Advanced Saving Project la prima cosa che ho pensato è “i soliti italiani esaltati che non possono limitarsi a costruire un bel business ma devono per forza pensare di avere un fine superiore”. D’altra parte io stesso sono così. Devo sempre pensare che quello che faccio lo faccio per qualche grande obiettivo ma questa logica si sposa assai male con le ben più semplici e dirette logiche degli affari.

Quindi quando al 3D Printshow di Londra ho incontrato il fondatore di WASP, Massimo Moretti, che nel biglietto da visita ha la carica di “Dreamer”, sono partito un po’ prevenuto. Nel senso che, certo, apprezzavo ciò che vedevo: uno stand con molte stampanti 3D che stampavano con vari tipi di plastica e che diventavano sempre più grandi fino a una, più grande di tutte le altre stampanti personali presenti in fiera, che stampava con un materiale grigio. Eppure inizialmente mi sono soffermato più sulla sensazione di confusione che su quella di produttività che si respirava.

wasp 1Invece sono bastate poche parole con Moretti per capire che mi sbagliavo. Non tanto nel fatto che si tratti di un’azienda fondata da sognatori – o visionari – non totalmente interessati al “business aspect” ma per il fatto che questa filosofia sia sbagliata. Non solo non è sbagliata, anzi, ma è anche l’unica sostenibile in un paese come l’Italia dove i finanziamenti per le piccole imprese virtuose sono nulli e le tasse si prendono metà di ciò che un’azienda virtuosa riesca faticosamente a guadagnare.

“Per arrivare dove siamo oggi non abbiamo preso scorciatoie, abbiamo iniziato da una stampante piccola e siamo cresciuti un passo per volta”, mi ha spiegato Moretti, “sviluppando nuove tecnologie e costruendo nuovi sistemi sempre più avanzati”. Non solo questo è un business model validissimo (specialmente in un mondo contorto dalle logiche finanziarie) ma è anche un modo per dare lavoro a gente che ha voglia di fare. “Ho coinvolto un po’ di ragazzi locali in questo mio progetto e il loro entusiasmo ci ha permesso di andare avanti. Tutto quello che guadagniamo lo reinvestiamo direttamente in ricerca e sviluppo, anche perché altrimenti se lo prendono le tasse e chissà dove va a finire”.

Questa costante ricerca ha permesso a WASP di essere l’unica azienda di stampanti personali a presentare qualcosa di completamente diverso da tutte le altre, una stampante che usa l’argilla come materiale di stampa. Anche se in fiera i modelli stampati in argilla avevano dimensioni massime di circa 40 cm in larghezza e una trentina in altezza, l’idea è che la tecnologia è scalabile fino ad arrivare a costruire case. Non semplici case però, ma case costruite con i materiali trovati in loco. Moretti mi ha fatto l’esempio del terriccio di un campo di canapa: basterebbe mescolare la canapa e il terriccio stesso per ottenere materiale che potrebbe essere  usato in una stampante 3D come le sue per costruire un’abitazione: letteralmente a chilometro zero e in modo totalmente sostenibile. Certo, qualsiasi discorso che vada a toccare le particolari logiche del settore edilizio in Italia è – per usare un eufemismo – delicato. Ma ciò non influisce sulla validità dell’idea. Insomma, la storia si ripete, da Cristoforo Colombo in poi i visionari italiani hanno dovuto cercare all’estero qualcuno disposto a credere in loro. Moretti è venuto a Londra e ha anche ricevuto il premio “Green” dal 3D Printshow. Perché fuori dall’Italia avere una visione creativa non è business, è tutto.

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