L’evoluzione degli organi stampati in 3D continua con il BioAssemblyBot

La stampa industriale 3D è in piena espansione, ma la stampa 3D consumer e la biostampa 3D stanno crescendo ad una velocità incredibile in termini di innovazione ed entusiasmo. La biostampa 3D in particolare, non smette mai di stupire. Ogni volta che si presenta un ostacolo alla sua evoluzione, bastano solo pochi mesi per superarlo e, anche se organi artificiali complessi stampati in 3D perfettamente funzionanti possono realisticamente essere lontani due o più decenni (almeno), l’evoluzione tecnologica si muove così rapidamente che anche quel paradigma può essere messo in discussione. E il nuovo BioAssemblyBot (BAB) lanciato dalla società del Kentucky Advanced Solutions lo scorso 1 agosto intende fare proprio questo, spianando la strata per stampare in 3D un cuore umano funzionante.

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Solo la scorsa settimana ho partecipato ad un corso di 3D bioprinting a Utrecht, in Olanda. Ho trovato interessante il fatto che alcune delle recenti scoperte di cui abbiamo scritto anche su 3Discover.it negli ultimi mesi – come la tecnica sviluppata dal Lewis Lab di Harvard per la capillarizzazione – siano già considerate basi consolidate su cui costruire le future applicazione. In quell’occasione ho parlato con il professor Lorenzo Moroni, dell’Università di Maastricht, circa il fatto che per realizzare in 3D davvero un intero organo complesso sarebbero stati necessari dei molteplici bracci robotici multiasse, che lavorassero insieme in modo sincronizzato.

Solo due settimana più tardi, Advanced Solutions ha introdotto il suo BAB, che è un braccio robotico a sei assi per biofabbricazione 3D e può essere considerato il primo passo nella direzione delineata dal professor Moroni. Il robot viene definito come una “workstation integrata con un robot multi-asse che facilita l’assemblaggio in 3D di forme organiche”. Già in vendita a partire da 159,99 dollari, è destinata ad essere la prossima tappa evolutiva nella biostampa 3D, visto che è in grado di raggiungere la precisione chirurgica necessaria per assemblare le strutture complesse di tessuti funzionali.

Il BAB misura 935 millimetri x 744,5 millimetri x 1343 millimetri con un’area di stampa di 300 mm (w) x 250 mm (P) x 150 mm (h). Suona un po’ strano per elencare le dimensioni della macchina come se fosse un qualsiasi stampante 3D desktop, ma il nocciolo della questione è che non sono poi così dissimili. Il robot, dotato di una propria TSIM (Tissue Structure Information Modeling), un software CAD proprietario, ed è in grado di cambiare autonomamente tra 11 siringhe contenenti diversi idrogel.

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In un articolo molto dettagliato sull’evoluzione del BAB e del suo predecessore, il BioAssemblyTool (BAT), che è più simile ad una bioprinter / bioplotter tradizionale, Lyndsey Gilpin e Jason Hiner di TechRepublic hanno spiegato come la nuova tecnologia sarà utilizzato da università e aziende di tutto il mondo, e in particolare dal Cardiovasculat Innovation Institute (CII) di Louisville, in Kentucky, per lavorare alla fabbricazione di un cuore umano “bioficiale”.

Anche se potrebbe essere un po’ troppo ottimista – visto che prevede le prime applicazioni di organi bioficiali entro i prossimi 3 a 5 anni – l’articolo prende in considerazione tutti i possibili limiti normativi, come il fatto che la FDA non ha al momento delle linee guida specifiche per regolare il bioprinting . L’articolo inoltre precisa che la costruzione bioficiale di un organo funzionante sono sarà solo una questione legata all’assemblaggio di cellule pluripotenti (che possono cioè trasformarsi in qualsiasi altra cellula), ma anche di capillarizzazione e cita, in particolare, il metodo introdotto dal Lewis Lab di Harvard. Appena sei mesi fa non esisteva un metodo per la capillariazione artificiale e nessun robot multiasse di bioassemblaggio. Ora abbiamo entrambi. E organi artificiali sono più vicini.

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