E-NABLE, quando stampa 3D e open-source “fanno” la differenza

(Fate le mani, non fate la guerra)

In questi giorni Hayley Fraser, una bambina di Inverness, in Scozia, nata senza le dita della sua mano sinistra, è diventata la prima del Regno Unito a ricevere una protesi fabbricata attraverso il network online e-NABLE. Fondata dal Sud Africano Richard van As e dall’americano Ivan Owen, questa rete di i
ngegneri, designer, architetti, informatici, inventori e medici, è riuscita a fare qualcosa di incredibile rendendo possibile la produzione di protesi meccaniche per le mani a un costo complessivo di circa 50 euro di materiale plastico da utilizzare in stampanti 3D “casalinghe” che costano poco più di mille euro.

Anche se i dati esatti sono difficile da reperire, nel mondo ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno bisogno di protesi per le mani e tra i più bisognosi ci sono indubbiamente i bambini. Questo è perché una protesi può costare diverse decine di migliaia di euro e, se pochi mesi dopo bisogna cambiarla perché il resto del corpo è cresciuto, è facile immaginare che solo pochissimi possano permettersi un esborso simile. Ora, grazie alla stampa 3D ma soprattutto grazie all’inventività e alla passione di migliaia di persone in tutto il mondo, tutto questo sta cambiando ad un velocità tale da mostrare quanto il mondo possa realmente migliorare se sempre più persone collaborassero verso un unico obiettivo.

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Da quando i due hanno creato la prima protesi, la loro idea si è trasformata in un network globale che oggi include oltre 2.000 persone che creano le protesi e insegnano ad altri come fare. Si tratta di semplici protesi meccaniche, basate su un prototipo del 1800, e quindi consentono solo un numero limitato di movimenti delle dita collegati al movimento del braccio o del gomito, ma per molti bambini rappresentano un cambiamento radicale di prospettiva. Possono scegliere il colore che vogliono, personalizzarsele e sentirsi un po’ come Luke Skywalker in Guerre Stellari, vivendo, in piccolo, quello che poi è uno dei sogni più grandi dell’umanità: poter sostituire un arto con un’altro artificiale senza che si noti la differenza.

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Questo è, invece, l’obiettivo di Federico Ciccarese, un designer che ha iniziato ad appassionarsi alla robotica e alle tecnologie medicali come strumenti per aiutare concretamente il prossimo. Per il suo progetto Youbionic, insieme al Dr. Domenico Prattichizzo, docente di robotica all’Università di Siena, ha realizzato una protesi di mano “bionica”, (e che quindi, alla meccanica, aggiunge anche l’aspetto elettronico) in grado di muovere tutte le dita mediante cinque servomotori controllati da un scheda Arduino (proprio quella creata da un altro italiano, Massimo Banzi, ospite sabato scorso da Fabio Fazio a Che Tempo che Fa). L’utilizzo di componenti elettronici di largo uso, insieme alla stampa 3D di alto livello, permetteranno a Ciccarese di continuare a mantenere i costi significativamente più bassi rispetto a qualsiasi altra protesi prodotta per vie tradizionali, anche se meno tecnologicamente avanzata.

Esistono diversi progetti che puntano alla realizzazione di mani “bioniche”, addirittura alcuni più o meno concreti che vorrebbero inviare le istruzioni del cervello alle dita attraverso cariche elettriche a bassissimo voltaggio (o mioelettriche) ma bisogna anche considerare che la ragione per cui n-ABLE sta avendo così tanto successo è che tutti i design delle protesi sono rigorosamente “open source”, cioè sono disponibili gratuitamente sul sito dell’associazione E-nabling the Future. Chiunque può scaricarli gratuitamente e personalizzarli, adattandoli alle esigenze di ogni singolo paziente, oppure migliorarli e condividere i miglioramenti con tutta la comunità. Questo consente al costo finale di ogni protesi di rimanere estremamente contenuto.

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La scorsa settimana centinaia di membri di n-ABLE, tra cui oltre 400 dottori, ortopedici ed esperti di protesi, si sono riuniti presso la Johns Hopkins University per discutere di come migliorare le protesi e renderle disponibili a più persone. Tra i risultati – molto concreti – della conferenza, ci sono state le oltre 200 protesi costruite, pronte per essere distribuite, e un nuovo design più avanzato, il “Raptor”, che sarà più facile da stampare in 3D e assemblare.

Raptor

Ora anche il produttore di stampanti 3D olandese Ultimaker, che ha spesso contribuito al progetto mettendo a disposizione le sue macchine, ha deciso di partecipare in modo più diretto, introducendo sul suo network online YouMagine (dove gli utenti Ultimaker pubblicano e condividono modelli stampabili) uno strumento digitale chiamato Hand-O-Matic, che permette di modificare e adattare le protesi di n-ABLE in modo più semplice e intuitivo. Il primo modello modificabile sarà proprio la nuova Raptor.

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Molte delle persone che realizzano le protesi di e-NABLE, infatti, sono “maker” oppure professionisti creativi come quelli che si riuniscono in questi giorni alla Maker Faire di Roma. Le protesi degli arti superiori sono uno dei progetti “maker” più interessanti, affascinanti e utili; quello che alcuni maker sono già stati capaci di ottenere con la protesi di e-NABLE è notevole, in alcuni casi addirittura commovente. Ci sono le storie di Shea, Sam, Ben, Keegen e, ora anche quella di Hayley ma una delle più emozionanti è quella di Daniel.

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Mosso dalla sua vicenda, nel 2012 Mick Ebeling, co-fondatore dell’associazione Not Impossible, si è recato in Sudan con alcuni computer e una stampante 3D Makerbot Replicator 2, per fare in modo che Daniel, un ragazzo di14 anni che aveva perso entrambe le mani in un esplosione, potesse ricominciare a vivere la propria vita in modo indipendente. Aiutando lui, tra mille difficoltà e con il supporto dello stesso Van Has, fondatore del progetto Robohand (che poi ha contribuito a dar vita a n-ABLE), Ebling ha insegnato ai medici locali a produrre le protesi direttamente. Da allora è stata prodotta in media una protesi alla settimana, cercando di rispondere alle esistenze di decine di migliaia di persone che, a causa di una delle guerre più lunghe e sanguinose che l’Africa abbia mai visto, vivono senza uno o più arti.

Il progetto di Ebling ha contribuito al rendere il nostro mondo un po’ più umano, aiutando una persona per poi aiutarne tanti e rispondendo alle due domande che guidano Ebling e quelli come lui nel loro cammino: “Se non io, chi? Se non ora, quando?”. Grazie anche alla stampa 3D, le risposte a quelle domande possono essere: “ciascuno di noi” e “adesso”.

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