Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino spiega come “fare” in Italia

Photo credits: David Cuartielles

Mi ricordo quando per la prima volta ho letto su Wikipedia di Arduino. Era l’inizio del 2012: il controller open source era stato introdotto sette anni prima e da quanto potevo vedere era uno strumento rivoluzionario, in grado di alimentare la robotica fai-da-te e quindi anche i robot costruttori, cioè le stampanti 3D di domani. Eppure non ne avevo mai sentito parlare prima ed era un prodotto italiano, realizzato in Italia, da un team internazionale di studenti e da Massimo Banzi, professore dell’Interaction Design Institute Ivrea (IDII), co-fondatore della società.

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Se lo stesso fosse successo in un altro paese, tutti gli abitanti di quel paese l’avrebbero saputo molto prima. In Italia ci sono voluti molti anni e solo nel 2014 gli sforzi di Banzi di diffondere la consapevolezza della cultura maker sono stati riconosciuto anche con una partecipazione TV in prima serata, alla vigilia della Maker Faire Europa a Roma, che ha fatto registrare un successo incredibile. Anche se continua a perseguire la sua carriera di professore di Design Interaction ora presso la SUPSI di Lugano (e anche come visiting professor presso il CIID di Copenaghen), per tutti coloro che sono coinvolti nel mondo maker, Banzi è una celebrità.

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Ha anche fondato il prima FabLab italiano a Torino (che ha portato alla creazione delle Officine Arduino FabLab/Makerspace) ed è coinvolto nella Make in Italy foundation, che lui e alcuni partner hanno fondato con l’obiettivo a lungo termine di sostenere FabLab e makerspace in tutta Italia. Soprattutto, però, il suo nome è associato con Arduino e quindi con un modo open source al 100% di fare business.

Come funziona un’azienda open source?

Massimo Banzi: Tutti i prodotti venduti con il nome di Arduino sono completamente open source: tutto l’hardware, il software e tutta la documentazione è liberamente disponibile su licenza Creative Commons 2.5 Attribution ShareAlike. Cerchiamo di rimanere il più aperti possibile.

Arduino-Banzi01Quindi successo economico di un’azienda opens source è una questione di branding?

Massimo Banzi: Il branding è certamente una grande importante. Chiaramente esiste anche il problema che quando il vostro marchio diventa molto conosciuto iniziano a clonare anche quello. Non è mai un problema quando si realizzano prodotti come Arduino o compatibili con Arduino, ma quando ti copiano il marchio diventa difficile proteggersi. A volte un prodotto di cattiva qualità utilizza il nome Arduino e la gente lo compra solo per risparmiare un paio di dollari. Poi ci sono tutte le varianti dei nomi, in modo che non si sa mai quali sono prodotti reali Arduino e quali no. Se sei Apple e hai solo un paio di prodotti molto costosi è molto più proteggere il tuo nome rispetto a tanti prodotti a basso costo.

Vale davvero la pena di rimanere open source?

Massimo Banzi: Penso che con l’open source si debba essere in grado di separare tra gli aspetti economici e l’impatto globale si può avere. Certamente la società sta crescendo, ma ciò che ci dà più soddisfazione è sapere che siamo in grado di fornire un servizio per intere comunità. Oggi si può quasi dare Arduino per scontato, è come l’acqua potabile: si apre il rubinetto ed è lì. Non si pensa all’infrastruttura che deve esistere perché ciò avvenga. Ci piace essere parte di qualcosa che sta cambiando il mondo. Certo, sarebbe bello se gli utenti a volte acquistassero qualche scheda originale in più.

Pensi che l’open source possa funzionare in altri settori industriali come la ricerca medica?

Massimo Banzi: Forse non è chiamato “open source”, ma un sacco di ricerca medica e scientifica viene già svolta a livello universitario sfruttando modelli basati sulla conoscenza e sulle informazioni condivise. Penso che la natura stessa della ricerca scientifica si basi su una divulgazione completa di tutti i risultati conseguiti finora. Certo ci vorrà ancora del tempo prima che questo venga implementato di più a livello aziendale.

Possono funzionare anche i modelli misti?

Massimo Banzi: Certamente non rimpiango la scelta e il modello di business open source in quanto è ciò che ci ha permesso di distinguerci e diffonderci all’inizio. Molti utenti hanno adottato Arduino perché sanno che non si stanno legando ad una tecnologia specifica nel caso che decidessimo di passare a fare qualcosa di completamente diverso. Resta comunque chiaro che molte aziende “chiuse” scelgono di mantenere alcuni dei loro prodotti aperti perché non potrebbero funzionare in qualsiasi altro modo. Per esempio Thingiverse non sarebbe così popolare se ci fosse a pagamento o fossero necessarie licenze particolari.

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Quanto segui il mondo della stampa 3D?

Massimo Banzi: La comunità RepRap è qualcosa che mi ha sempre affascinato molto. Ho il progetto fin dall’inizio e continuo a seguirlo per sapere ciò che le persone si stanno inventando. Molti componenti del progetto RepRap sono basati su moduli compatibili con Arduino e molte stampanti 3D desktop sono basate su schede Arduino o derivate da Arduino. C’è un tasso molto interessante di innovazione ed è chiaro che sono state proprio le stampanti 3D open source a mettere questa tecnologia alla portata di chiunque. Prima di allora, i grandi produttori di stampanti 3D non avevano mai seriamente pensato che così tante persone avrebbero voluto usare una stampante 3D.

Pensi che i grandi produttori contribuiscano ad accelerare l’innovazione nella stampa 3D o la rallentino?

Massimo Banzi: Il problema è che gran parte della loro innovazione si basa su una serie di brevetti scaduti e questo ha permesso a molte stampanti 3D a basso costo di esistere. Nella comunità globale della stampa 3D è accaduto in passato che una società abbia cercato di brevettare come propria un’invenzione portata avanti dalla comunità open source. Episodi come questo possono seriamente ostacolare l’ulteriore sviluppo delle tecnologie.

Ti riferisci al caso che ha coinvolto MakerBot?

Massimo Banzi: Avevo incontrato Bre Pettis [co-fondatore di MakerBot] all’inizio, quando era un grande fan di Arduino e una figura importante della comunità open source. Quando li ho visitati nel 2009 stavano tagliavando al laser i pannelli delle prime stampanti 3D Cupcake che dovevano essere vendute. C’era uno spirito pionieristico incredibile. Poi è anche vero che se si vogliono portare a casa diversi milioni di dollari occorre fare dei compromessi.

Credi nel concetto di manifattura distribuita alla 3D Hubs?

Massimo Banzi: Credo che prima di tutto dobbiamo definire chiaramente cosa stiamo parlando. La stampa 3D è fatta per un certo tipo di fabbricazione. Il problema rimane: per cosa possiamo usarla? Molte persone hanno una stampante 3D solo perché amano la tecnologia. Gli piace montarla e smontarla, quello che stampano è secondario. Io sono, tuttavia, molto affascinato dai nuovi modelli di business che alcune persone stanno creando basandosi proprio sulla possibilità di avere accesso a una stampante 3D a basso costo. Per esempio conosco un designer di Copenaghen che crea una particolare tipo di sgabelli utilizzando un componente stampato in 3D per tenere insieme le varie  parti in un modo molto interessante. Questo è un esempio di qualcosa che già funziona.

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Mentre per quanto riguarda la manifattura locale basata sui FabLab?

Massimo Banzi: Ho partecipato all’apertura di tre FabLabs e vedo che, soprattutto a Torino, dove sono stato più direttamente coinvolto, abbiamo creato una nuova generazione di persone che ha iniziato a conoscere la produzione personale e ora organizzano corsi o lavorano come consulenti aziendali. Poi queste persone aprono nuovi FabLabs e così gente che magari prima era disoccupata ora è in grado di creare un valore aggiunto per la comunità, diventando di fatto delle piccole micro-imprese.

Cosa ne pensi di Spark e dell’ecosistema di Autodesk?

Massimo Banzi: Non conosco ancora benissimo la piattaforma Spark ma abbiamo lavorato con Autodesk quando hanno acquisito i ragazzi che hanno creato l’App di 123d Circuit, che conosciamo molto bene. Ho avuto la possibilità di parlare con Carl [Bass, CEO di Autodesk] alla Bay Area Maker Faire ed è chiaro che, essendo lui stesso un maker, crede davvero in questa rivoluzione. Autodesk ha fatto delle mosse molto intelligenti e lungimiranti e – dopo aver guadagnato moltissimo con un certo tipo di programmi – ha iniziato a produrre moltissimi software gratuiti per contribuire a costruire interesse in tutti questi nuovi campi.

Questo è anche ciò che state cercando di fare con la Fondazione Make in Italy?

Massimo Banzi: Devo dire che siamo davvero tutti così impegnati che non abbiamo ancora affrontato tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Quello che vogliamo fare non è aiutare le persone ad aprire nuovi FabLab e makerspace tanto quanto aiutare coloro che sono già attivi a sviluppare modelli di business sostenibili. Per farlo abbiamo iniziato contattando e mappando tutti FabLabs italiani, chiedendo loro di selezionare una persona che li  rappresenti nel consiglio della fondazione. Abbiamo anche organizzato la mostra sui 50 Anni di Innovazione Italiana alla Maker Faire di Roma e ora probabilmente la riproporremo in occasione dell’Expo a Milano.

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Credi che questo processo per avviare una nuova consapevolezza nei propri mezzi, mentali e pratici, inizia con l’educazione scolastica?

Massimo Banzi: Con la fondazione stiamo lavorando anche su questo aspetto ma non è semplice sviluppare un chiaro percorso di studi che possa realmente aiutare le prossime generazioni a beneficiare di queste nuove tecnologie. È possibile insegnare la stampa 3D o la programmazione con Arduino, ma questo non è sufficiente. Occorre fissare un obiettivo, qualcosa di concreto per cui sia importante imparare queste tecnologie. In Italia abbiamo bisogno di aiutare le giovani generazioni a sviluppare una coscienza del lavoro e la consapevolezza di poter realmente essere in grado di creare la prossima grande cosa, non solo di imitare quello che fanno gli altri. Uno degli obiettivi della fondazione sarà anche quello di svolgere attività di lobbying per fare in modo che queste possibilità non vengano ostacolate da altri interessi più potenti.

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